È un dilemma: ma questi “No Ponte” vanno presi sul serio o no? Il dubbio viene a leggere i resoconti della manifestazione andata in scena sabato scorso a Messina dopo il via libera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile- Cipess- all’opera sullo Stretto. Detto che la piazza ha funto da calamita per tutta l’opposizione radicale in cerca d’autore- basti pensare alla presenza delle bandiere palestinesi, dei vessilli No Tav e arcobaleno, degli striscioni dei vari centri sociali-, a far riflettere sono le grida bellicose in vista dell’ennesimo, annunciato, “autunno caldo”. Che dovrebbe trovare nuova linfa, appunto, dalle proteste contro il progetto che i vari comitati stanno organizzando.
Ieri sui giornali più ostili al governo erano riportate con grande enfasi le parole degli attivisti. «In autunno dovrebbero partire le prime opere e si vedranno i primi cantieri e si è innescato un meccanismo veramente che è di passaparola potente per la mobilitazione popolare», è il virgolettato- altamente involutoattribuito a Gino Sturniolo, uno dei leader dell’agitazione. Un preannuncio di ciò che succederà nelle prossime settimane, quando- avvisa La Stampa- «le iniziative di protesta saranno molte, la popolazione delle due sponde si è resa conto che è arrivato il momento di agire e non starà ferma». E questa è la parte che inevitabilmente finirà sotto la lente del ministero dell’Interno, che gestisce l’ordine pubblico. Quanto sta accadendo contro altri cantieri e altre opere - il riferimento è al movimento “No Tav” in valle di Susa - costituisce un campanello d’allarme che chi è delegato alla sicurezza non può non tenere in considerazione. Del resto sul Fatto quotidiano Daniele Ialacqua, del comitato “No Ponte Capo Peloro”, lo dice apertamente: «L’obiettivo della nostra lotta è impedire l’apertura dei cantieri, con la protesta di piazza e con le azioni legali». Azioni che comprendono ricorsi al Tar e reclami indirizzati all’Unione europea presentati rispettivamente dalle sigle ambientaliste che spalleggiano la mobilitazione (Wwf, Greenpeace e Legambiente) e da Alleanza Verdi e Sinistra (Avs). L’altra faccia della campagna “No Ponte”, però, è rappresentata da una protesta quantomeno pittoresca. Se ne scorgono le tracce negli account social dei movimenti, laddove l’infrastruttura destinata a collegare le due regioni del Mezzogiorno è bollata come «un Ponte di guerra», «un’opera strategica per la Nato, non certo per Sicilia e Calabria». A seguire, un’improbabile cartina geografica che mostra un fantomatico percorso - per il traffico militare? - dalla Sicilia alla penisola scandinava passando per l’Europa centrale. «In un Mediterraneo flagellato da guerre, morti in mare e crisi climatica, dobbiamo certo costruire ponti, ma non questo».











