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Ultimo aggiornamento: 11:57
L’evacuazione, la risposta umanitaria, il problema del “dopo”. Sabato, in un colloquio avuto nel quartier generale del Comando Sud con i suoi comandanti e quelli dell’Aeronautica Militare, Eyal Zamir ha delineato i principi dell’operazione, in vista della pianificazione dettagliata dell’operazione prevista nei prossimi giorni. Nel vertice sono emersi i molti dubbi che il Capo di Stato Maggiore nutre circa la fattibilità dell’occupazione della Striscia di Gaza annunciata venerdì da Benjamin Netanyahu.
L’obiettivo principale resta la liberazione degli ostaggi e “le Israel Defense Forces faranno tutto il possibile per evitare che subiscano danni”, riferiscono fonti vicine al dossier. Così come entreranno a Gaza City e la evacueranno facendo il possibile per “proteggere i civili” e rispettare “gli standard del diritto internazionale”. L’esercito, inoltre si impegnerà a restare nelle aree conquistate nell’operazione “Gideon Chariot“: nessun ritiro, quindi, dal 75% di territorio della Striscia già occupato. Tuttavia sono ancora molti i punti interrogativi aleggiano sulla fattibilità dell’operazione.
La prima incognita è quella della risposta umanitaria: sarà necessario creare in soli due mesi, quindi in tempi record, “centri umanitari” che dovrebbero essere in grado di venire incontro alle esigenze di circa un milione di persone. La popolazione verrà evacuata nei campi della Striscia centrale e si prevede che il processo sarà completato non prima di ottobre. E qui si apre un altro problema: insieme alla popolazione fuggiranno da Gaza City anche molti miliziani di Hamas. E’ già accaduto anche in altri luoghi dell’enclave e il risultato è stato che l’organizzazione terroristica è riuscita a mantenere la sua capacità operativa e la possibilità di colpire l’esercito occupante.












