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Chi scrive è d'accordo non da ora sulla separazione delle carriere, ma è convinto che sul piano "tecnico" e simbolico la reintroduzione dell'immunità parlamentare sarebbe l'unica vera strada per ripristinare gli argini che dividono i due poteri

Come diceva l'astuto personaggio di Agatha Christie, Hercule Poirot, in un'equazione traslata anche nel linguaggio giudiziario "un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova". Ebbene, in Italia in questo caso la coincidenza si è fatta tradizione: ogni volta che il Potere legislativo tenta di riformare la giustizia fioccano le inchieste che si occupano della politica. Ci siano governi di centro, destra o sinistra poco importa.

La riforma costituzionale che separa le carriere tra giudici e pm e rivoluziona la nomina del Csm non fa eccezione. Anzi. Basta leggere le cronache dell'ultimo mese. È una costante che va avanti da oltre trent'anni, confermata da un ex-capo dell'Associazione magistrati, Luca Palamara, diventato un reietto per i suoi colleghi dopo che ha scoperchiato una verità che tutti intuivano ma nessuno ammetteva: le toghe, specie quelle più politicizzate, hanno il vizio di intervenire nella sfera politica per colpire chi considerano un avversario o per interferire nell'approvazione di una legge che considerano penalizzante per la corporazione. E si può scommettere che la campagna referendaria della prossima primavera sulla riforma vedrà - siamo solo ai prolegomeni - la magistratura politicizzata protagonista naturalmente con i suoi metodi.