«Non c’è nulla nella mia vita che non rifarei»: Caterina Malavenda è così. Prendere o lasciare. Per lei il mestiere di avvocato è più che altro una missione. I suoi clienti lo sanno bene. E i suoi clienti non lasciano perché è tenace, caparbia, sicura di sè e del proprio lavoro. Ma soprattutto certa che il risultato si può raggiungere «solo se hai sempre l’obiettivo ben presente». Nel suo libro E io ti querelo, pubblicato da Marsilio, lo racconta in modo chiaro, lo dimostra ricostruendo i dieci processi che hanno segnato la sua carriera, ma che in realtà l’hanno appassionata di più. Sono tutti casi che riguardano la stampa, la libertà di stampa, la libertà dei giornalisti. E certamente sono lo specchio di quello che, negli anni, è sempre stato il tema più delicato nella storia del nostro Paese: il rapporto tra media e potere. Malavenda lo maneggia con cura, sa quali sono i limiti, conosce soprattutto il confine che non si deve valicare. Ha difeso direttori di giornali e semplici cronisti, inviati, editorialisti, sempre con la stessa passione, senza mai fare distinzioni.
L'avvocata Caterina Malavenda: «Arrivata a Milano dovevo scegliere se mangiare o fumare. Tangentopoli ora? Sarebbe impossibile»
L’avvocata cassazionista e gli anni del duello tra politica e magistratura: «Il momento più duro furono i suicidi di Cagliari e Gardini, il clima era terribile». Il suo ultimo libro, "E io ti querelo", è sui 10 casi che l’hanno più appassionata: «Difendere la libertà di stampa è la mia missione»







