È lo schema fondante dell’accusa che il 31 luglio ha portato ai 6 arresti nell’urbanistica milanese: un architetto, mentre è membro della Commissione Paesaggio del Comune, riceve da un costruttore un
incarico progettuale, di per sé lecito e legittimo, avente ovviamente anche contenuto economico. Poiché tuttavia poi quando si trova a esaminare progetti di quel costruttore il professionista non si astiene nonostante la situazione di conflitto di interessi, allora questa mancata astensione è di per sé l’«atto contrario ai doveri d’ufficio», la parcella dell’incarico è l’«utilità», e la combinazione produce il reato di corruzione. Ma è proprio contro questo schema che va alla radice la difesa dell’architetto Alessandro Scandurra di fronte alle giudici Pendino-Ghezzi-Papagna incaricate, come sezione feriale del Tribunale del Riesame, di valutare il suo ricorso e decidere dunque la conferma o l’annullamento degli arresti domiciliari.







