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Ultimo aggiornamento: 20:21

Nel quartier generale dell’Interpol, a Lione, una squadra speciale prova a dare un nome e una storia a vittime di femminicidio in Europa. Corpi smembrati, disfatti dal tempo, buttati via in un fiume o fra le sterpaglie, tutti di donne morte in circostanze violente o sospette, in molti casi evidentemente massacrate da una mano maschile. Sono 47 i cold case inclusi nel progetto Identify Me, con il quale Interpol mira a identificare altrettante donne trovate morte in diversi Paesi europei – quattro in Italia – cosa già avvenuta per due vittime.

Lo racconta il mensile Millennium, diretto da Peter Gomez, in edicola da sabato 9 agosto, in libreria e negli store online da venerdì 22. Martina Castigliani è andata a Lione nel quartier generale di Interpol – a cui aderiscono 190 polizie nazionali di tutto il mondo – per raccontare come avvengono queste indagini: le banche dati per il confronto del Dna, le tecniche più avanzate di riconoscimento facciale e analisi delle impronte digitali, le indagini sui pochi oggetti rinvenuti insieme al corpo: un lembo di vestito, un ciondolo…

Nel 1992, per esempio, due mani di donna sono affiorate in un canale di Amsterdam. Poi due gambe. Poi il torso, contenuto in una valigia, che è a tutt’oggi l’indizio principale su cui lavorano gli investigatori. Interpol pubblica on line le immagini e le informazioni disponibili su ogni caso, nella speranza che qualcuno possa contribuire al riconoscimento della vittima. C’è un filo rosso che unisce questi casi? “L’estrema perversione della violenza inflitta da maschi su queste donne”, risponde Susan Hitchin, responsabile del team Dna di Interpol, il cuore del progetto Identify Me, intervistata da Mario Portanova.