Gianni Berengo Gardin dietro la sua macchina fotografica voleva essere solo un testimone. La sua scomparsa, avvenuta ieri, alla veneranda età di 94 anni, lascia una scia di opere importanti. Sguardi, scatti sulla realtà. Non interpretazioni. Anzi, a giudicare dai racconti di chi l’ha conosciuto bene, Berengo Gardin pare detestasse proprio i fotografi artisti, troppo concettuali e troppo presenti nei loro scatti.
«Con Gianni Berengo Gardin perdiamo un maestro indiscusso della fotografia. Un autentico esploratore che ha saputo raccontare l'umano e la natura in tutti gli angoli della terra. Il suo sguardo ha illuminato la storia del Novecento» ha detto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, tra i primi a commentare la notizia insieme al presidente della Liguria, Marco Bucci che ha sottolineato come la regione perda «un interprete raffinato dell'anima del nostro territorio». Eppure Berengo si definiva e principalmente era un fotoreporter. Sapeva come catturare la realtà. L’unico vero particolare cui era davvero interessato. Un panorama che non può prescindere dall’umanità che resterà sempre la vera protagonista degli spazi, di cui un fotografo non può certo fare a meno. Non è certo un caso che il collega e grande ammiratore di Berengo, Sebastiao Salgado, lo defintì «fotografo dell’uomo».











