Nei suoi scatti trasudava invariabilmente tutto il suo impegno di fotografo engagé e la sua vitalità è stata proverbiale fino agli ultimi anni. Gianni Berengo Gardin è morto ieri a quasi 95 anni. Di lui resta e resterà la lezione senza incrinature, che ha fatto la storia nel nostro Paese e non solo. Era nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, e la sua testimonianza civile, quanto la sua arte, non è mai venuta meno. E basterebbe pensare ai suoi lavori veneziani di poco più di dieci anni fa, con i mostri immensi che solcavano la Laguna, fermati in rigoroso bianco e nero, nel loro mastodontico “horror vacui crocieristico” che tutto offuscava, per confermarne il segno e la cifra di grande maestro. Eppure «non sono un artista – ripeteva assertivo – non sono un artista, sono un fotografo, molto fiero di esserlo, faccio un lavoro di documentazione, sono un testimone della mia epoca e nulla di più».
Quanto al documentarista, nessun dubbio che lo fosse: citare Morire di classe, il libro che ha immortalato la condizione dei manicomi italiani negli anni 60, e che con l’aiuto prezioso dell’amica Carla Cerati, ha avuto un ruolo determinante nella riforma psichiatrica di Franco Basaglia, è d’obbligo, per descriverne non soltanto la poetica, ma il dovere civile che in lui è sempre stato vivissimo. Quegli scatti realizzati a Gorizia, a Colorno, a Firenze e a Ferrara hanno segnato un’epoca e, se i lucchetti e la contenzione sono per noi solo un ricordo lontano, ecco lo dobbiamo anche a quel suo racconto visivo, con quell’obiettivo, mai di sguincio e privo di facili sotterfugi, messo al servizio della società e della storia. Eppure la denuncia di Berengo Gardin, densa e cruda, ruvida come i liguri sanno essere, perfino tagliente, non toglieva nulla alla grande umanità, che faceva capolino, traspariva d’intorno nei suoi lavori, venata di dolcezza, e senza mai nutrirsi d’infingimenti. Perché il fotografo ligure non va dimenticato, è stato anche un convinto e assertivo rivoluzionario, senza mai tradire le sue idee, così come d’impegno e testimonianza civile è stata l’opera di John Dos Passos, scrittore amatissimo. Se i suoi lavori dedicati al paesaggio, in grand’angolo, colpivano per il rigore, la chiarezza descrittiva, nel raccontare un’Italia minore e spesso sconosciuta, ha fatto innamorare schiere di viaggiatori, incantati dal quel piglio critico e, al contempo, dotato di un’emozionalità discreta e leggera, certamente un unicum.










