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8 AGOSTO 2025

Ultimo aggiornamento: 16:10

Un altro pezzo di storia – con dentro molte storie – ci ha lasciati. Gianni Berengo Gardin era un mondo nel mondo della fotografia. E allora cosa scrivere? Ripercorrere la sua lunga e densa biografia? Elencare i numeri da record dei suoi libri pubblicati, delle mostre internazionali e dei prestigiosi riconoscimenti? Ma per questo basta Wikipedia!

Un po’ più intimo e forse interessante parlare di lui come persona, giacché a decidere come usare la macchina fotografica è sempre un essere umano (almeno per ora). Chi lo ha conosciuto ne ricorda la grazia, la dolcezza, la gentilezza e il sorriso, ma anche la severa capacità di indignarsi e reagire alle ingiustizie, ai soprusi, agli abusi di potere. Dichiaratamente schierato, ha usato la fotografia in chiave umanistica ma anche come arma di denuncia, mantenendo vigile fino alla fine la sua attenzione etica sulla realtà. Dallo sguardo/squarcio sullo stato dei manicomi nel 1969 (con “Morire di classe”, assieme a Carla Cerati), fino a mostrare lo stupro di Venezia da parte delle navi da crociera (con “Venezia e le Grandi Navi”, del 2015), solo per fare due esempi tra loro distanti nel tempo.