Un dattiloscritto consegnato agli inquirenti da un giovane giornalista di inchiesta che non l’ha mai più ritrovato fino a quando, dopo circa un quarto di secolo, recupera un altro cronista tra le scartoffie di un avvocato in pensione. Sarebbe perfetta come trama di un noir ma è la storia, quella vera, de “L’intrigo”, il libro che Gian Paolo Pelizzaro scrisse nel 1996 mentre si arrovellava sul delitto dell’estate delle “notti magiche”: il delitto di via Poma.
Quel libro fu messo agli atti con tanto di segreto istruttorio da Settembrino Nebbioso. Uno dei tanti procuratori che si sono succeduti nelle indagini sull’omicidio di Simonetta Cesaroni, la ragazza di Cinecittà assassinata con 29 coltellate negli uffici dell’Aiag dove andava di pomeriggio (due volte a settimana, il martedì e il giovedì) a lavorare come contabile per arrotondare, su richiesta dei suoi datori di lavoro titolari di una piccola ditta nel suo stesso quartiere, la Reli Sas.
La storia è tristemente conosciuta: Simonetta quel giorno esce di casa dopo aver pranzato coi suoi, la sorella la accompagna in metro fino alla fermata di Subaugusta, attraversa Roma in metro fino a Lepanto da cui raggiunge il palazzotto elegante di via Carlo Poma. Verrà ritrovata a tarda sera da sua sorella Paola e dal fidanzato Antonello che sono andati fin lì non vedendola rincasare. Dal momento in cui la trovano distesa sul pavimento degli uffici degli Ostelli della Gioventù non ci sarà molta chiarezza e nessuna verità, solo un muro di omertà e tre innocenti indagati e poi prosciolti e dopo 35 anni ancora ci si chiede: chi ha ucciso Simonetta Cesaroni?






