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Il Paese, dilaniato da dubbi e proteste, affronta la sfida per liberare i suoi ostaggi
Il primo ministro israeliano poco prima della riunione di gabinetto di ieri l'ha detto a un gruppo di giornalisti, evento rarissimo, ma in molti l'avevano già capito: non si tratterà di un'occupazione fatta per restare a Gaza, Israele entrerà e consegnerà il potere al momento giusto a responsabili internazionali, un gruppo di stati arabi, di cui ci si può fidare. Tuttavia sarà un cambio strategico importante, in cui si resterà solo laddove sia necessario per garantire la sicurezza contro il terrorismo.
La riunione di ieri ha affrontato una delle scelte più spinose per il Paese, per i soldati, per la reazione internazionale dopo 672 giorni di guerra... È stancante, ci vuole tanto coraggio per una nuova fase della guerra, questo è un Paese iperdemocratico, in cui la discussione ferve frenetica e ferisce; i soldati non sono tanti; i feriti sono decine di migliaia e anche i depressi, e le famiglie orbate; l'economia paga lo stress; l'antisemitismo attanaglia il Paese da dentro e da fuori. Ma la vita viene prima: quella dei rapiti, quella del Paese. I soldati seguitano a combattere al fronte per tutti, solidali come fratelli, esperti in arti belliche senza pari, e sanno che è proprio per tutti, e non gli importa nulla delle differenze politiche. La discussione durata giorni ha messo insieme senza contrasti finali, le opinioni di Netanyahu, deciso a entrare, e quella di Eyal Zamir, il capo di stato maggiore che insisteva per limitarsi a circondare i luoghi ancora non battuti per il timore per la vita dei rapiti. Adesso la decisione di entrare mentre fronteggia la dura realtà: Hamas dice no alla restituzione degli ostaggi, non c'è più tempo per quelle creature ischeletrite, Israele non può lasciare che Hamas seguiti a torturarli a morte, e che permanga con i suoi crimini e i suoi progetti di distruzione nella Striscia di Gaza.






