Mai come in questo anno si è discusso dell’imposta sull’eredità e forse mai si è stati così lontano da una soluzione condivisa su questo problema. Il dibattito, a cui hanno partecipato non solo gli studiosi e gli esperti, ma tutti i grandi media internazionali e nazionali.
Nasce da una doppia constatazione sulla quale vi è un generale accordo. In primo luogo sul fatto che le disparità di reddito stanno crescendo quasi ovunque e che, nello stesso tempo, stanno aumentando le esigenze dei governi, pressati dalle spese crescenti in ogni campo, cominciando dal welfare per finire con la difesa.
L’imposta sull’eredità non è certo l’unica causa delle disparità e non è nemmeno la più importante. Ne stanno però aumentando gli effetti, sia quelli quantitativi che quelli simbolici. Viene innanzitutto spontaneo constatare come un secolo fa le imposte sull’eredità costituivano un pilastro fondamentale dei bilanci pubblici e oggi assommano a meno dell’1% degli introiti fiscali di tutto il pianeta. Un numero crescente di Paesi, dal Canada all’Australia per passare dall’India, dalla Norvegia e dalla Russia, le ha del tutto abolite. Nello stesso tempo l’Economist battezza il nostro tempo con il termine di “Ereditocrazia” mettendo in rilievo come le élite globali del pianeta ereditano ogni anno 5.200 migliaia di miliardi di dollari. A questa constatazione aggiunge il dato di una ricerca dell’Ubs (banca svizzera non certo anticapitalista) che mette in rilievo che è, nel 2023, ben 53 persone sono entrate nel club dei miliardari tramite l’eredità e solo 84 per il frutto del lavoro o di un’attività imprenditoriale.






