Quella dei jeans con Sydney Sweeney è solo l’ultima delle pubblicità che negli anni hanno infiammato il dibattito nell’arena pubblica: da Pepsi a Nike, tutte le volte che un adv ha generato controversie

di Arianna Galati

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C’è un punto preciso della comunicazione in cui persino un jeans e una maglietta possono diventare un problema. O un profumo, una crema, un deodorante, una comune bibita gassata. Le due settimane di dibattito pubblico&privato attorno alla campagna pubblicitaria di American Eagle con Sydney Sweeney, culminate (per ora) in un intervento social del presidente Donald Trump, sono l’ultimo esempio, ma solo in ordine di apparizione. Un advertising non scatenava infatti discussioni simili da diversi anni, a memoria collettiva.

Uno degli ultimi casi a fare storia (sempre made in USA) aveva riguardato la pubblicità della Pepsi con Kendall Jenner, mandata in onda durante il SuperBowl 2017, ossia il momento di massima esposizione televisiva per qualunque brand. Ogni dettaglio di quello spot era stato criticato: dall’ambientazione divisa tra set fotografici e proteste in strada, alla protagonista simbolo di vita di lusso più che di attivismo politico, fino alla scelta di mettere nei ruoli secondari, non a caso, una donna nera e una con il velo. Più di tutto, però, fu accusata la sceneggiatura, che piegava ai fini commerciali i movimenti per i diritti civili che avevano riempito le strade statunitensi, dalla Women’s March a Black Lives Matter. Le pressioni pubbliche su Pepsi furono tali che lo spot fu ritirato, con valanghe di scuse profuse dalla stessa azienda.