È bastato un gioco di parole venuto male (“genes” o “jeans”?) per generare accuse di razzismo, eugenetica, classismo, e proteste vibranti tra social e media statunitensi

di Arianna Galati

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Esistono ancora le pubblicità controverse. Ma per i motivi sbagliati nel 2025. Un paio di jeans addosso a un’attrice/testimonial, e una valanga di polemiche ragionate sulla quantità di errori commessi in un video per l’advertising. “Sydney Sweeney Has Good Genes” è la campagna di American Eagle con l’attrice già protagonista di Euphoria, ma il caos che ha travolto lo storico marchio di denim e la stessa Sweeney è stato tale da diventare caso di studio in tempo zero. Quanti temi complessi sono andati a toccare con un semplice claim i creativi che lo hanno pensato, e l’attrice che lo ha pronunciato, per scatenare un tale putiferio? “I geni si passano dai genitori ai nuovi nati, e spesso determinano tratti come colore dei capelli, personalità e colore degli occhi. I miei jeans sono blu” mormora ammiccante Sydney Sweeney allacciando un paio di jeans sulla pancia, strategicamente scoperta da una camicia in denim fermata da un bottone sul seno. E una voce fuori campo proclama “Sydney Sweeney ha ottimi jeans”, apparentemente giocando sulla somiglianza fonetica jeans-genes. Quanto basta per generare accuse di razzismo, eugenetica, classismo, e proteste vibranti tra social e media statunitensi.