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Negli atti trasmessi dal Tribunale dei ministri emergono diversi dubbi sulla questione dell'arresto
Non era solo il ministro della Giustizia Carlo Nordio a avere dei dubbi sulla regolarità dell'arresto del generale libico Almasri, fermato in un albergo di Torino. Negli atti trasmessi dal tribunale dei ministri alla Camera dei deputati per chiedere l'autorizzazione a procedere contro Nordio, il suo collega degli interni Matteo Piantedosi e il sottosegretario all'intelligence Alfredo Mantovano si scopre che a considerare ingiustificato il fermo di Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale, erano anche diversi funzionari del ministero e persino il procuratore generale di Roma, Giuseppe Amato (nella foto), chiamato a esaminare la posizione del libico: e che per primo chiede la sua scarcerazione.
Da ieri, le responsabilità dei membri del governo Meloni sono al vaglio della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, che potranno rifiutarla solo in un caso: se si riterrà che il governo ha agito per l'interesse della sicurezza nazionale. Di fatto, i ventuno deputati della Commissione dedicheranno le vacanze a studiare sia le 92 pagine della richiesta che le oltre 1.300 di allegati depositate a sostegno della richiesta di impeachment. La tesi dei giudici romani è chiara nella sostanza, nel senso che Almasri doveva essere consegnato senza esitazioni alla Corte dell'Aja, ma confusa nel passaggio cruciale, quello in cui cercano di negare che le scelte del governo furono un atto politico. Per il tribunale, l'espulsione di Almasri in direzione Libia non fu un "atto che attiene alla direzione suprema dello Stato considerato nella sua unità e nelle sue istituzioni fondamentali" ma un semplice atto amministrativo, e per questo soggetto alla legge ordinaria. È facile immaginare che proprio su questo punto si giocherà lo scontro tra maggioranze e opposizioni all'interno della Giunta e poi in aula.






