Nel 2005 una sentenza delle Sezioni Unite della Corte Suprema di Cassazione ha segnato un passaggio chiave nel modo in cui il nostro ordinamento valuta la responsabilità penale in presenza di disturbi mentali.
La “sentenza Raso”
È la cosiddetta “sentenza Raso”, che ha ridefinito i criteri per riconoscere l’infermità mentale, aprendo per la prima volta a una valutazione più ampia, centrata non solo sulla diagnosi clinica di natura organicista ma sul funzionamento mentale dell’individuo al momento del fatto. Il caso da cui tutto è partito è emblematico: Giuseppe Raso, falegname romano, uccide un vicino al culmine di un lungo conflitto condominiale.
La Corte, pur escludendo una psicosi conclamata, riconosce una compromissione tale da giustificare una parziale incapacità di intendere e volere. Per la prima volta si afferma che anche un disturbo di personalità, se grave e scompensato, può incidere significativamente sulla responsabilità penale. A fare la differenza è il cosiddetto “grado di diversità”: una rottura evidente tra il comportamento abituale del soggetto e la condotta criminale, che rende quest’ultima manifestazione diretta del disturbo.
Uno spartiacque










