Najla sogna da insegnante anche se lei a scuola non ci può andare più. Esraa chiede pace, solo pace. Sara promette che diventerà una dottoressa e lo stesso giura Heba. Rashed confida che “il mio sogno è di diventare pilota di linea per poter viaggiare in tutte le città del mondo. E tutti chiedono che la guerra si fermi perché “il suono dei proiettili continua a farmi paura” e sperano in un Sudan in cui siano aperte scuole e strade, da cui non sia necessario fuggire, che permetta semplicemente di crescere.

Sono alcuni dei passaggi delle lettere scritte dai bambini che attualmente frequentano una delle 400 scuole che Save the children supporta nel Sudan rotto da due anni di conflitto. Giocatori di volley o maestri di taekwondo, insegnanti: come a ogni latitudine i più piccoli guardano avanti e si immaginano da adulti, ma nel loro Paese rischiano di non diventarlo mai. E forse intimamente lo sanno se è vero che non c’è lettera che non parli di pace, armonia, normalità come speranza e condizione. Tutto quello che in Sudan non c’è più.

“Spero che la guerra finisca – scrive ai nuovi amici di penna Ali, che si sogna dottore – e che la nostra gente finalmente possa capire cosa significa vivere in sicurezza”. E Esraa ci spera e ci crede davvero. “Un giorno potremo finalmente potremo disegnare bellissimi scorci di un Paese in pace”.