La sentenza n. 135 della Consulta del 28 luglio sul tetto di retribuzione per i dipendenti pubblici ha avuto una risonanza tale che forse merita qualche ulteriore considerazione. Da un lato è stata accolta con un trionfalismo francamente eccessivo, da un altro lascia aperte molte tematiche.
Una causa-pilota
Le ricadute sulle retribuzioni dei dirigenti statali - per i quali proprio due giorni dopo è stata siglata la Preintesa del rinnovo del Ccnl, prima delle quattro Aree - sono indirette, direi perfino surrettizie. La vertenza decisa dalla Corte costituzionale è chiaramente una causa-pilota e riguardava un magistrato per una questione meramente economica, altro che indipendenza della magistratura! Non si può inoltre sorvolare sul fatto che la remissione è stata attivata da un presidente di sezione del Consiglio di Stato in una causa che riguardava un altro presidente di sezione del medesimo organo, al quale il Tar aveva dato torto: insomma, viene da pensare a quel luogo comune che dice “oste, è buono il vino?”.
Come poi non ricordare che con sentenza n. 124 del 26 maggio 2017, la Corte Costituzionale – sempre su impulso di magistrati, quella volta della Corte dei conti - aveva riconosciuto la legittimità del limite imposto dalla legge di stabilità per il 2014 secondo il quale non può essere superato il tetto dei 240.000 euro (anche con il cumulo della pensione derivante da gestioni pubbliche). La Consulta ha affermato che ”non è precluso al Legislatore dettare un limite massimo alle retribuzioni e al cumulo tra retribuzioni e pensioni nel settore pubblico, a condizione che la scelta, volta a bilanciare i diversi valori coinvolti, non sia manifestamente irragionevole”. Evidentemente questo limite è divenuto oggi irragionevole.






