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Il libro “Sul gusto (o del gusto)” è una racconta di saggi nei quali il pensatore milanese analizza “un mondo necessario (il cibo), in cui il pensiero è sempre stato un passo indietro rispetto a piaceri e bisogni”. Si riflette sulla percezione, sul conformismo, sul bisogno degli chef di essere elogiati, sull’inconsistenza del “kilometro zero”, smontando a uno a uno tutti i pregiudizi o i pensieri deboli del discorso gastronomico attuale
I limiti possono essere uno stimolo creativo? La cucina popolare è in fondo razzista? La cucina contemporanea, così piena di regole e strutture di riconoscimento, è conformista? Se una cena dura tre ore e alla fine solo mezz’ora è trascorsa a portare la posata alle labbra, come impieghiamo il resto del tempo?
Sono alcune delle domande a cui cerca di dare risposta (ma spesso sono solo altre domande) Nicolò Scaglione, filosofo e gastronomo, nel libro Sul gusto (o del gusto). Saggi di filosofia gastronomica, un volume edito da poco da Manfredi Nicolò Maretti, in cui sono raccolti scritti sparsi che Scaglione ha scritto nel corso degli anni sui più vari temi legati alla gastronomia, in un pensiero travolgente e in continuo cambiamento che induce lo stesso autore a smentire se stesso, scrivendo, dopo un asterisco al capitolo La convivialità è stata capita o è stata rapita?, “su diversi punti di questo saggio non sono più d’accordo”.






