È il drink che per Ernest Hemingway rendeva “civili”, tanto da spingerlo a creare una sua versione, il Montgomery, con un rapporto tra gin e vermouth di quindici a uno: lo stesso che il famoso maresciallo inglese esigeva per attaccare in battaglia. Per Winston Churchill era una questione di estrema parsimonia: per il suo Martini, si dice che un inchino in direzione della Francia, (seconda) patria del vermouth, fosse più che sufficiente. Luis Buñuel sosteneva che nascesse per "immacolata concezione". È la “pallottola d’argento”, come amava definirlo Truman Capote, che fa calare il sipario tra la giornata di lavoro e la serata; per Nikita Chruš?ëv era semplicemente “l’arma più micidiale degli Stati Uniti”. Poche altre creazioni sono riuscite a diventare un'icona di stile quanto il Martini Cocktail. La sua origine è contesa tra leggende e aneddoti, ma una delle storie più affascinanti traccia un filo che lega la New York dei Roaring Twenties alla quieta riviera ligure. È una vicenda oggi raccontata anche da una targa che campeggia sul lungomare di Arma di Taggia e che ha come protagonista un figlio di questa terra.
Il suo nome era Clemente Queirolo, primogenito di Antonio e Maria Martini, nato a Taggia nel 1897. La sua è la storia di un giovane contadino che, come tanti italiani, decise di cercare fortuna oltreoceano. Sbarcato a Ellis Island intorno al 1913, principale porta d'ingresso per gli Stati Uniti, adottò il cognome materno, Martini, più semplice da pronunciare per gli americani.






