Ma come è brillante Matteo Ricci. Un paio di giorni dopo aver ottenuto da Giuseppe Conte il permesso di candidarsi, l’aspirante presidente delle Marche ha dichiarato che, se lui sarà eletto, come primo atto farà approvare dal Consiglio Regionale lo Stato di Palestina. Studia da Pedro Sanchez o da Emmanuel Macron, l’ex sindaco di Pesaro; come risaputo, la sua corsa per il governo locale è solo una tappa della scalata ai vertici della sinistra.

Ricci è a Bruxelles, come eurodeputato, il cuore della politica continentale, ma per occuparsi dei problemi del mondo decide di andarsene ad Ancona, in quanto «è compito anche di chi governa un territorio avere un profilo alto, non siamo mica amministratori di condominio», spiega. Niente da fare, l’uomo vuol volare alto, come ha spiegato ai magistrati che lo accusano di concorso in corruzione: sì d’accordo, ero sindaco, ma certo non mi sono mai occupato di chi eseguisse gli appalti decisi dalle delibere che firmavo, mi avrà fregato un collaboratore.

Così si è giustificato l’indagato, anche davanti all’opinione pubblica, senza che neppure gli venisse il dubbio che quelle parole, per un amministratore, più che una difesa giuridica sono un’autoaccusa politica. Perché votarlo per amministrare una regione, se quello pensa al Medio Oriente e al Nazareno?