VENEZIA - Da oltre mezzo secolo è un rompicapo per i giocatori e per i matematici, con i suoi 43 trilioni di possibili permutazioni. Ma da qualche tempo il cubo di Rubik, da molti considerato il giocattolo più venduto della storia, è diventato un enigma anche per i giuristi: fino a che punto può essere liberamente riprodotto? L’ultima risposta sul tema arriva da una sentenza pubblicata nei giorni scorsi, che fa valere il principio affermato in primavera dal Tribunale di Venezia, malgrado il verdetto emesso tre settimane fa dalla Corte di giustizia dell’Unione europea: anche se è stata annullata la registrazione del marchio in sede comunitaria, il poliedro “magico” può godere della tutela del diritto d’autore come «opera dell’ingegno».
Il pronunciamento reso noto in questi giorni proviene dalla Cassazione, che ha rigettato il ricorso della cinese Junyu Wu contro la condanna rimediata a Roma, per aver «riprodotto o posto in vendita 21 cubi di Rubik» (oltre che «63.054 stickers per bambini riproducenti i personaggi di Walt Disney»). La difesa della 43enne ha richiamato la giurisprudenza europea, che il 9 luglio aveva negato la protezione del cubo inventato dall’architetto ungherese Ernő Rubik nel 1974. I giudici di Lussemburgo si erano espressi sul contenzioso che dal 2013 vedeva fronteggiarsi Verdes Innovations e Spin Master Toys.






