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2 AGOSTO 2025
Ultimo aggiornamento: 6:15
Manhattan, 29 luglio 2025. Un uomo attraversa silenziosamente la hall di un edificio che ospita, tra gli altri, gli uffici della National Football League (NFL). Si chiama Shane Devon Tamura, ha 27 anni e in tasca porta una lettera scritta a mano. Tre pagine, una richiesta: “Mi dispiace. Per favore, studiate il mio cervello”. Pochi minuti dopo, la tragedia. Tamura impugna un fucile, apre il fuoco e uccide quattro persone prima di togliersi la vita. Il bersaglio, secondo quanto emerso, era proprio la NFL. La sua accusa: essere responsabile della malattia che lo stava consumando, l’encefalopatia traumatica cronica (ETC).
Questo episodio ha riportato sotto la lente d’ingrandimento globale il lato oscuro del football americano: quello fatto di impatti, traumi e vite spezzate. La ETC è una condizione neurodegenerativa silenziosa e implacabile, causata da ripetuti traumi cranici. L’accumulo anomalo della proteina tau danneggia vasi sanguigni e connessioni neurali, compromettendo memoria, umore e autocontrollo. Spesso sfocia in demenza e la diagnosi (per ora) è possibile solo dopo la morte. Inizialmente identificata nei pugili, la malattia è stata riscontrata in diversi atleti che praticano discipline sportive di contatto, ma è il football americano a detenere il primato dei casi noti. E nonostante l’evoluzione della tecnologia e l’uso dei caschi protettivi, la verità è brutale: la protezione è spesso insufficiente. Più a lungo si gioca, più alto è il rischio. E chi inizia da bambino – come Tamura, che aveva cominciato al liceo – parte già svantaggiato.










