«Forse mi sono rotto anche quella». La testa, quella da cui parte tutto, quella che orienta i buoni e i cattivi pensieri, che comanda quando c'è da uscire da un tunnel e che se non funziona è un grosso problema. Per obblighi dettati dall'Atp e dall'organizzazione dei tornei, Matteo Berrettini si è dovuto presentare in conferenza stampa anche nei giorni peggiori: aveva la visiera del cappello abbassata quasi a coprire gli occhi al Foro Italico dopo il ritiro contro Ruud, la voce stanca e frustrata a Wimbledon dopo aver perso al quinto set contro il polacco Majchrzak. «Sono stanco, devo decidere cosa fare del mio futuro»: frasi che lasciavano aperta qualsiasi porta e davano libertà a ogni interpretazione, anche la peggiore, quella di non rivedere più in campo un giocatore che prima di Sinner - con la finale a Wimbledon 2021 - aveva contribuito a catapultare il tennis italiano in un'altra dimensione.