Forse non è l’idea più intelligente del momento. Sì, d’accordo, va di moda, è apparentemente originale ed è fotografata, fotografatissima (si dice “instagrammabile” ma qui siamo già alla mezza follia culinaria, per favore salviamo almeno il senno sulla grammatica): epperò la spuntina I-like sui social non è garanzia di saggezza. Anzi. Ha cominciato Brooklyn Beckham, che è il figlio del calciatore inglese, ed è finita che oramai lo fanno tutti: sui panfili, al lido, persino i temerari in pedalò. Telecamera in una mano, pentola nell’altra calata a tirar su una buona spadellata di acqua di mare e pietanza cucinata lì. Tra le onde, nelle onde, con le onde. Farà anche bizzarria per la stagione 2025, ma cucinare con l’acqua di mare è più un rischio che un’intuizione geniale. È che c’è di tutto, dentro, al giorno d’oggi: ci sono i batteri, ci sono i virus, ci sono le maledette microplastiche che mica evaporano se anche la fai bollire a cento gradi, ci sono gli idrocarburi e i rifiuti organici che come condimento, siamo onesti, anche no.

«Lo sconsiglio vivamente», spiega a Libero lo chef Lorenzo Moroni che è l’anima e la colonna portante del famoso Atempo Bistrot di Milano, «soprattutto perché una volta i mari erano molto diversi, molto meno inquinati di quelli che abbiamo adesso. È possibile, si può usare l’acqua di mare in cucina, ma non per metodi di cottura e, a ogni modo, bisogna sempre farlo con coscienza». Moroni fa notare che spesso, su TikTok o su altri social simili, chi si avventura in queste pratiche da marinaio all’ultima spiaggia (nel senso che in passato, quando le navi stavano in viaggio per mesi, quando non c’era niente e toccava arrangiarsi, in un certo senso di faceva così: si usava l’acqua di mare in cucina per preservare quella potabile da bere) magari la recupera «vicino ai porti, ossia dove non circola e allora è davvero altamente rischioso». Mettersi a repentaglio per uno spaghetto alle cozze (che viene buonissimo anche alla vecchia maniera) conviene?