Egregio Direttore,

mi ha fatto piuttosto "specie" (perdoni il barbaro neologismo) assistere all'intervista al Tg2 rilasciata dal segretario di stato del Vaticano, cardinale Parolin, il quale con malcelata rassegnazione asseriva che la Santa Sede è stata costretta ad accettare la versione del bombardamento "involontario" della chiesa cristiana a Gaza da parte del "democratico" stato di Israele (le inchieste indipendenti non sono permesse). Per come la vedo io, questa non è altro che un'ennesima manifestazione della sprezzante arroganza del potere mediatico, militare, politico ed economico esercitato dai sionisti nel mondo intero (Vaticano compreso). Inoltre, ritengo che con Papa Francesco ciò non sarebbe successo!

Giovanni Frenner

Caro lettore,

ho riflettuto se pubblicare o meno la sua lettera. Non per il giudizio critico che esprime sulle parole del Segretario di Stato vaticano, cardinale Parolin. Nè tantomeno perchè temessi, non pubblicandola, di essere giudicato asservito a quello che lei definisce lo «strapotere politico-mediatico sionista». No, i miei dubbi erano proprio relativi alle espressioni e ai toni, così categorici e violenti, con cui lei conclude la sua lettera e nell'uso, questo sì, sprezzante, che fa di quel termine: «sionista». Mi ha fatto decidere di pubblicare rispondere alla sua lettera, quanto accaduto l'altra sera in un autogrill alle porte di Milano. Un episodio su cui invito lei e anche gli altri lettori a riflettere. Un uomo di 50 anni, un cittadino francese di religione ebraica, riconoscibile perchè indossava la kippah, il tradizionale copricapo circolare, era nell'autogrill insieme al figlio di 6 anni ed è stato prima aggredito e poi malmenato all'urlo di «assassini, assassini, qui non siamo a Gaza, andate via da qui» da una decina di persone. E' tutto testimoniato e visibile in un video. Posso capire che di fronte alla tragica contabilità quotidiana delle morti a Gaza, alle immagini di bambini stremati dalla fame e di interi quartieri distrutti dalle bombe e dai carri armati, un episodio come quello possa fare per qualcuno poca notizia o passare addirittura inosservato. Invece è un segnale molto preoccupante del clima che stiamo vivendo e il sintomo di una spirale di intolleranza e di odio dalle possibili, gravissime conseguenze. Proprio per questo penso che quando parliamo dell'atroce conflitto in corso Gaza bisogna usare grande attenzione nell'uso delle parole, anche nei commenti sui social o nelle lettere inviate ai giornali. Protestare (giustamente) e mobilitarsi per ciò che sta accadendo nella Striscia e per gli intollerabili e ingiustificabili orrori commessi dall'esercito israeliano e da Netanhyau non è solo giusto e giustificato. E' necessario. Ma questo impegno deve essere finalizzato a difendere i diritti della popolazione civile palestinese e a porre fine alla guerra e alle morti. Non ad alimentare l'odio nei confronti di un popolo, quello ebraico. Questo è un tragico errore. Che purtroppo la storia ha già conosciuto. E che non contribuirà certamente a portare la pace in quelle martoriate terre.