Fare quadrato, evitare slabbrature, combattere il rischio boomerang dopo l’intesa Usa-Ue sui dazi al 15 per cento. Ieri Giorgia Meloni ha evitato note, dichiarazioni e uscite ufficiali. Ma, dopo la trasferta etiope, come anticipato sul Sole 24 Ore in edicola, ha riunito a Palazzo Chigi i vice Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il titolare della Difesa, Guido Crosetto (videocollegato), e il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti.
Il dossier sul tavolo era quello degli investimenti in difesa, in particolare il fondo europeo Safe da 150 miliardi di prestiti per rafforzare capacità industriale e tecnologica. Fondo a cui l’Italia in serata ha comunicato l’adesione, nonostante l’invito alla cautela arrivato a maggio da Giorgetti: accederà a 14 miliardi in cinque anni, con rimborsi che potranno essere spalmati in 45 anni. Con l’obiettivo, spiegano fonti di governo, di finanziare i programmi di difesa già pianificati nel quinquennio 2026-2030 e «alleggerire il bilancio dello Stato ricomprendendo buona parte delle spese della difesa sul programma Safe».
Ma la testa era ai dazi. In attesa dell’intesa quadro definitiva e, soprattutto, del successivo accordo giuridicamente vincolante che ogni Paese dovrà impegnarsi a rispettare, la premier predica prudenza. Lo farà anche oggi in Consiglio dei ministri. Non ha intenzione di restare isolata in Europa, dopo che persino il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha preso le distanze dal patto. Contatti e telefonate con le altre cancellerie sono stati continui, così come lo sguardo ai mercati e allo spread.













