«Ursula chi?». Nella solita Italia della viltà, del passaggio istantaneo dall’osanna al crucifige, da Piazza Venezia a Piazzale Loreto, la sinistra si aggiudica un nuovo primato: quello delle palate di fango contro Ursula Von der Leyen alla quale aveva però indirizzato - fino all’altro ieri - solo colate di bava.

Ecco Paolo Gentiloni, anzi il conte Gentiloni, che spara a palle incatenate dalle colonne di Repubblica: deve senz’altro trattarsi di un omonimo del Gentiloni che, fino a pochi mesi fa, era uno dei più zelanti commissari del primo gabinetto von der Leyen. Si deve principalmente a lui il disastro della “riforma” del Patto di stabilità. Eppure oggi ci spiega che, con i dazi, siamo in presenza di una «super tassa» e che «c’è poco da festeggiare». Vero, non c’è niente da celebrare. Anzi, la prima cosa da fare sarebbe proprio smantellare il gabbione del suo (di Gentiloni, intendo) “nuovo” Patto di stabilità.

Ed ecco i grillini: pure loro sparacchiano a vanvera. Deve trattarsi di un partito scisso (freudianamente) da quel Movimento 5 Stelle che nel 2019, quando Ursula iniziò la sua navigazione per soli 9 voti di margine, furono determinanti per quella partenza, che doveva e poteva essere evitata. E lo sarebbe stata, se non ci fosse stato il voto decisivo di ben 14 eurodeputati pentastellati. I quali rivendicarono la scelta e si descrissero (nientemeno) come “ago della bilancia”. Ma adesso pontificano e denunciano.