TeatroL’eroe di Sofocle si fa «re e capro espiatorio, prescelto e reietto, figlio e marito, padre e fratello» nell’anfiteatro di Gallicianò, in Aspromontedi Donata Marrazzo29 luglio 20252' di lettura2' di letturaRisuona più forte il senso della tragedia di Edipo nella terra del mito: l’eroe di Sofocle si fa «re e capro espiatorio, prescelto e reietto, figlio e marito, padre e fratello» nell’anfiteatro di Gallicianò, dentro l’Aspromonte, cuore della Calabria greca. Un luogo solitario della Bovesìa, non proprio un borgo, tutt’al più una contrada, nascosta nell’area ellenofona della provincia di Reggio Calabria, dove si parla ancora la lingua antica dei Greci di Calabria. Lì, il 6 agosto, alle 19, Alessandro Serra, con “Tragùdia – il canto di Edipo”, riconsegna il re di Tebe alla contemporaneità, soffiando sulla cenere della tragedia, della polis, del rito, del mito, dell’eroe.Dal resto del mondo a GallicianòRegista, autore, scenografo, anche costumista per l’occasione, Serra, fondatore della Compagnia TeatroPersona, conclude la sua tournée, che ha fatto il giro del mondo, fino in Corea, «in un angolo remoto di quella che fu la Magna Grecia, una striscia di terra che dal mare si arrampica sull’Aspromonte, scrutando all’orizzonte l’Etna», racconta. Lì dove si parla ancora il grecanico, lingua musicale, istintiva e sensuale, che Salvino Nucera - intellettuale e poeta della Calabria greca, scomparso qualche giorno fa - ha sempre mantenuto viva: è sua la traduzione del testo scritto da Serra, ispirato alle opere di Sofocle e ai racconti del mito.Le vestigia sonore del grecanico«L’italiano sembra abbassare il tragico a un fatto drammatico. Abbiamo scelto il grecanico – sottolinea il regista – le sue vestigia sonore di un antico greco oggi parlato da pochi individui, figli di una generazione che aveva vergogna della lingua di Omero e ha smesso di tramandarla». La “glicìa glòssa”, la dolce lingua dei padri, la chiamano gli anziani.