Non serviva il primato di Wimbledon per parlare di Effetto Sinner ma, di certo, lo spettacolo della scorsa domenica 13 luglio ne corrobora la portata.

È da oltre due millenni, peraltro, che periodicamente emergono atleti dalle prestazioni sportive straordinarie. Prestazioni che finiscono per influenzare conoscenze, atteggiamenti, comportamenti, mode, abitudini, valori o addirittura le sorti di intere comunità. Agli albori, Milone di Crotone (IV secondo a.c.) che dopo ben sette vittorie olimpiche nella lotta, anche grazie all’esercizio delle virtù pitagoriche, guidò alla storica vittoria i crotonesi sui sibariti. I primi rimasti simbolo di disciplina, forza, determinazione e senso della sfida continua (incrementalismo ante litteram); i secondi, per contro, noti prìncipi di abbondanza e lussuria.

Sono recenti, invece, gli studi sullo sport management e sulla psicologia dello sport che, efficacemente richiamati in un recente volume di Cesare Amatulli e Matteo De Angelis (Effetto Sinner, Luiss University Press, pagg. 116, 15 euro) – pubblicato ben prima del trionfo di Winbledon - costituiscono un giovane ma promettente campo applicativo delle scienze sociali. E costituiscono una vera e propria novità i contenuti proposti nel volume di De Angelis e Amatulli. Il loro saggio sull’Effetto Sinner, infatti, combina il rigore della ricerca accademica su consumer behavior e marketing con la rilevanza travolgente di un fenomeno di cui basta menzionare, congiuntamente o disgiuntamente, nome o cognome: Jannik e/o Sinner. Nel volume sono contenute validazioni empiriche e misurazioni delle conseguenze (effetti) della celebrità del nostro atleta. Una celebrità costruita con una naturalezza tale da apparire preterintenzionale, se non addirittura “suo malgrado”.