«C’è ancora da battersi», avverte Giorgia Meloni. Perché quello siglato da Ursula von der Leyen con Donald Trump è «un accordo di massima, giuridicamente non vincolante», e dunque «bisognerà studiare i dettagli e lavorare ancora». Sul fatto che raggiungere l’intesa sia stata la scelta migliore, la premier non ha dubbi. Però niente entusiasmi. In quei «dettagli», come noto, si può nascondere il diavolo. E poi c’è la partita, potenzialmente enorme, dei prodotti che entrambe le parti decideranno di escludere dai dazi: «Bisogna verificare quali siano le possibili esenzioni, particolarmente su alcuni prodotti agricoli. C’è una serie di elementi che mancano».
Per tutti questi motivi, Meloni pesa le parole. Rispondendo ai giornalisti ad Addis Abeba, dove si trova per il vertice Onu sull’alimentazione, giudica «positivamente il fatto che si sia raggiunto un accordo», giacché «un’escalation commerciale avrebbe avuto conseguenze imprevedibili, potenzialmente devastanti». E ribadisce che secondo lei «la base di dazi al 15%, se ricomprende i dazi precedenti, che di media erano intorno al 5%, è sostenibile». Dopodiché, appunto, «bisogna andare nei dettagli». E lavorare ancora.
Soprattutto per i settori «particolarmente sensibili», come la farmaceutica e le automobili. Qual è il dazio per queste merci? «Mi pare siano all’interno del 15%», dice Meloni, che però aspetta di vedere le carte che non ha nemmeno von der Leyen, con cui la premier avrebbe poi avuto uno scambio di opinioni. Né è chiaro, avvisa, «a cosa ci si riferisca quando si parla di investimenti, acquisto di gas e compagnia».









