Lunedì scorso si è conclusa la prima lettura da parte dei due rami del Parlamento della revisione costituzionale della magistratura ordinaria, più nota come «separazione delle carriere». Il testo presentato dal Governo nel giugno 2024 è stato approvato anche dal Senato senza alcuna modifica e così ora occorre solo attendere le due ulteriori deliberazioni previste dall’articolo 138 della Costituzione perché l’iter sia completo e sia data la parola finale ai cittadini con il referendum «oppositivo».
Per quanto riguarda la separazione, anzitutto non ci pare la via migliore per realizzare il disegno tendenzialmente accusatorio tracciato dal nostro codice di rito, almeno in un ordinamento come il nostro. Meglio sarebbe la costruzione di un ceto di giuristi coeso, comprendente pure gli avvocati, reso tale da una formazione comune e continua, nell’ambito del quale ognuno conosca e rispetti le prerogative e i poteri altrui e possa passare da un ruolo all’altro.
Peraltro, come da molti già sottolineato, nei fatti una separazione tra le funzioni di giudice e p.m. già esiste: sono rarissimi i casi di passaggio da un ruolo all’altro, il che, peraltro, non è necessariamente un bene. E il testo approvato nemmeno specifica se vi debbano essere concorsi unici o separati, una o più scuole della magistratura, rendendo la «separazione delle carriere», poco più un’etichetta a cui la politica e la stampa si sono attaccati, quasi a voler nascondere la vera novità della riforma Nordio, lo smantellamento del Csm.







