Prosit. Fuori da lì, la tempesta. Dentro, nella buvette di palazzo Montecitorio, negli stessi istanti in cui il premier Berlusconi sta per «sfiduciare» il presidente della Camera, Gianfranco Fini ordina un flute di prosecco. E lo sorseggia sereno. Sono da poco passate le 19. A quel punto, d’altronde, tutto è ormai compiuto. Resta solo l’amarezza nel dover abbandonare la nave che ha contribuito a costruire.
Il documento che da lì a un paio d’ore sancirà la «incompatibilità» e la rottura politica definitiva tra i due cofondatori del Pdl sarà solo un tot più duro del previsto. Fini lo legge nello studio della presidenza, circondato dai «deferiti» Bocchino, Granata, Briguglio, tra gli altri. «La presidenza della Camera non è nelle disponibilità del presidente del Consiglio, non può decidere nulla» è la prima constatazione che fa d’istinto. Poi, «con un testo così, sarà evidente a tutti che sono loro ad averci cacciato, ad averci costretto a fare gruppi autonomi. Andremo dal capo dello Stato per comunicare la nascita della nuova formazione in Parlamento e per far presente che comunque faremo parte della maggioranza» taglia corto Fini.
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