Nel mondo dell’intelligenza artificiale, le novità si susseguono a ritmo incalzante e la profondità delle innovazioni è tale da sfidare la capacità interpretativa degli osservatori. Il rapporto tra la ricerca scientifica e le applicazioni industriali è strettissimo. E tutto il progresso degli ultimi tempi è scaturito dalla ricerca sul trattamento del linguaggio. Per questi motivi, la conferenza mondiale annuale della Association for Computational Linguistics è un appuntamento da non perdere. Raduna più di seimila ricercatori da tutto il mondo: presentano le loro scoperte che potrebbero diventare tecnologie di punta. Quest’anno, è stato chiamato a presiedere la conferenza Roberto Navigli, docente di Natural Language Processing alla Sapienza di Roma. Da un anno, Navigli lavora alla progettazione dell’evento e la sua guida è preziosa per comprendere quali sono le filiere di ricerca più promettenti, i problemi più grandi, le speranze più solide.
«Una prima osservazione si impone» dice Navigli. «Considerando il primo autore dei paper presentati alla conferenza, l’anno scorso il 31% erano cinesi e il 29% erano statunitensi. Quest’anno il 50% sono cinesi e il 14% sono americani». Perché? Due ipotesi. La prima è che i cinesi stanno investendo sempre più nella formazione di giovani ricercatori, mentre gli americani stanno investendo più in tecnologia. La seconda, forse più interessante, è che i ricercatori americani si trovano sempre più spesso a lavorare in contesti aziendali dove le pubblicazioni scientifiche non sono una priorità. Molte aziende, infatti, preferiscono mantenere riservate le loro ricerche per salvaguardare il vantaggio competitivo.







