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A fine marzo l’amministrazione statunitense di Donald Trump ha iniziato a cancellare miliardi di dollari in finanziamenti pubblici per le università, minacciandole e cercando di influenzare le decisioni anche di atenei prestigiosi come Harvard e la Columbia University. I paesi europei stanno cercando di approfittarne, e hanno attivato varie iniziative per incentivare il trasferimento di professori e ricercatori che ora lavorano negli Stati Uniti.
Non ci sono ancora dati complessivi ed è presto per farsi un’idea delle conseguenze delle decisioni di Trump. In generale però sembra che non ci sia stata una forte ondata di trasferimenti: sono noti alcuni casi isolati di accademici che hanno lasciato gli Stati Uniti come forma di protesta, ma sono una piccola minoranza su circa 1,5 milioni di persone che lavorano nel settore. Le università americane rimangono infatti molto attrattive grazie soprattutto a ingenti investimenti nella ricerca, che arrivano da fondi sia pubblici sia privati: per l’Europa è difficile competere in termini di finanziamenti, opportunità e condizioni economiche.
Un professore europeo che lavora in ambito biomedico negli Stati Uniti da quasi trent’anni (che preferisce rimanere anonimo) dice al Post che gli attacchi di Trump stanno cambiando la percezione del mondo accademico nel paese, rendendolo per molti un settore sempre meno gratificante: non solo per via dei tagli, ma per un nuovo clima culturale che tende a svalutare o a mettere in dubbio il significato e l’importanza della ricerca.







