VENEZIA - Si apre alle 10, si chiude alle 17, come un museo, ma non c'è neppure il ticket di accesso, perchè Burano è esente. Quando si dice che Venezia vive solo di turismo, a Burano l'effetto si amplifica. Anche perché quello stesso turismo "mordi e fuggi" deve passare almeno due ore sui mezzi di trasporto per raggiungerla e tornare indietro. E quindi il tempo di permanenza diminuisce. Il risotto di gò cede il passo al trancio di pizza, il bar non è più luogo di aggregazione, ma meta ambita e cercata per utilizzare i servizi igienici.
I residenti? Pochi. Se nel 1980 all'anagrafe erano iscritte circa 5000 anime ora siamo sulla soglia dei 2000. E destinate a calare ulteriormente: una vita da pendolari, spesso verso Treporti, dove tutto è più comodo, a partire dagli spostamenti, dove alla sera c'è vita e si può addirittura pensare di andare a mangiare una pizza, cosa che a Burano non si può fare, perchè alle 17, appunto, giù le serrande e la giornata è finita. Eppure è un posto dove ancora si respira l'aria della comunità, quella che comincia a mancare a Venezia.
Ne è convinto il parroco, don Antonio Senno, che pur conscio dei dati demografici che ormai contraddistinguono l'Italia in modo trasversale, racconta di una parrocchia dove ancora la gente frequenta, con percentuali superiori a quelle del centro storico, dove il volontariato è attivo, anche per i servizi di base, come il trasporto degli ammalati. Perché dove il pubblico non arriva, la gente si rimbocca le maniche e si aiuta.








