«Il Papa? È un uomo di fede, mite e buono. Ci ascolta molto...», dice sornione l’ecclesiastico. Ma in che senso (e chi) ascolta? La risposta è un sorrisetto soddisfatto. Il monsignore è parte dell’establishment bergogliano che spadroneggia dappertutto. Cercano di far credere che Robert Prevost si farà trasformare in una copia sbiadita di papa Jorge Bergoglio. Possibile? Che i domatori vogliano addomesticare il Leone per il loro circo progressista è evidente, ma che lui si faccia “domare” è un altro discorso.

Di certo è un uomo che ascolta ed è purtroppo circondato da persone che gli esprimono un pensiero unico, molto ideologico. Egli cerca di capire i tanti dossier per prendere poi una sua strada. Ma non è facile: le pressioni che lo spingono alla continuità con il predecessore sono forti. In questi giorni c’è chi ha notato delle oscillazioni, per esempio, nei suoi interventi su Gaza.

La telefonata che Bibi Netanyahu gli ha fatto, venerdì, per scusarsi del «tragico incidente» relativo alla chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, è stata un passo verso la comprensione reciproca. Il premier ha perfino invitato il Pontefice a visitare Israele. Ma il Segretario di Stato Pietro Parolin, nelle stesse ore, ha fatto dichiarazioni dure, pretendendo che si chiarisca «se è stato veramente un errore, cosa che si può legittimamente dubitare, o se c’è stata una volontà di colpire direttamente una chiesa cristiana». Affermazioni aspre, insolite per il capo della diplomazia vaticana che è stato il regista dell’accordo del Vaticano con il regime cinese, le cui azioni persecutorie Parolin non denuncia mai (in questi anni il Vaticano ha imposto il silenziatore sulla dittatura comunista di Pechino). In genere su Gaza molti tendono pure a dimenticare gli orrori del 7 ottobre, la natura di Hamas e l’esistenza di ostaggi ancora prigionieri.