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Il settore automobilistico europeo vive una delle crisi più profonde della sua storia. Non si tratta di una crisi congiunturale, ma di una trasformazione strutturale che mette in discussione modelli produttivi, equilibri economici, scelte politiche
C’è un rumore che nei palazzi delle istituzioni europee spesso non si sente, ma che ogni giorno rimbomba nelle fabbriche, nei capannoni, nelle famiglie di chi lavora nel settore dell’auto. È il rumore delle linee di produzione che rallentano, degli ordini che calano, dei progetti che si fermano. È il rumore – sempre più vicino – della chiusura di imprese, della perdita di competenze, del rischio concreto di spegnere uno dei motori industriali più importanti del nostro continente.
Il settore automobilistico europeo vive una delle crisi più profonde della sua storia. Non si tratta di una crisi congiunturale, ma di una trasformazione strutturale che mette in discussione modelli produttivi, equilibri economici, scelte politiche. Negli ultimi cinque anni, l’Europa ha perso un quarto della sua quota di mercato globale nell’automotive. I produttori asiatici – in particolare cinesi – stanno guadagnando terreno in modo aggressivo, forti di una strategia industriale nazionale e di costi energetici drasticamente inferiori rispetto ai nostri.






