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A ottant’anni da Hiroshima un libro raccoglie gli scrittori che videro l’orrore
Due lampi accecanti. Una nazione guerriera sbriciolata, annichilita, perché non c’è acciaio di katana che possa resistere quando due soli scendono in terra e vaporizzano soldati, donne, vecchi, bambini o quando vagando tra macerie radioattive quello che si vede su una parete è l’ombra di un cane stampata dalle radiazioni che lo hanno annichilito. Nell’agosto del 1945 la storia umana cambia per sempre. L’eventualità che l’uomo possa autodistruggersi diventa un fatto incontrovertibile. L’arma della fine del mondo esiste e la cosa più incredibile è che in moltissimi, sull’onda dei giornali, ne accolsero l’arrivo con gioia. Come ebbe a ricordare anni dopo Guido Ceronetti: «Quel che non dimenticherò è l’allegria generale, creata dai giornali e rimbalzata su tutte le facce, dopo la bomba di Hiroshima: “Questo fa finire la guerra: tutte le guerre, per sempre” – “Siamo entrati in un’epoca di prodigi mai visti”. Era sbarcato Cortés e gli Indiani poveretti accoglievano come un Dio il loro massacratore ». A capire davvero furono forse solo i giapponesi, a partire dal generale Seizo Arisue, che sorvolò le città bombardate: «Sotto di me si stendeva un deserto senza vita, senza più nulla di terrestre, sul quale s’alzavano solo le sagome nere e spettrali degli alberi». Ma la compressione - che comportò la fine di ogni illusione sull’imbattibilità del Giappone, sulla divinità dell’imperatore e su un “destino manifesto” in versione samurai - rapidamente nel dopoguerra lasciò il posto ad una sorta di rimozione collettiva. Le moltissime vittime dell’attacco, in giapponese chiamate Hibakusha, vennero a lungo ghettizzate, tanto per dire: solo nel 1957 si arrivò a una legge che garantisse loro cure mediche gratuite per l’effetto dei bombardamenti e delle conseguenti piogge radioattive. Questo abbandono nasceva da un fatto molto giapponese: la vergogna della sconfitta e lo stigma della deformità fisica. A cui si sommava un fatto molto più comunemente umano: la necessità di andare avanti di una nazione anche a costo di seppellire il proprio passato radioattivo, un passato stampato sulla pelle di 650mila persone.






