Paola Degani e Laura Polverari

Il 23 luglio il Senato ha approvato all’unanimità il DdL che introduce il femminicidio come reato autonomo nel codice penale italiano. L’approvazione bipartisan di questo testo, che prevede anche altri interventi normativi, rappresenta un indiscutibile successo del governo Meloni e contribuisce ad aumentare la visibilità di un fenomeno che rappresenta un’emergenza sociale. È però utile riflettere sul reale impatto che il DdL, una volta approvato anche dalla Camera, potrà avere rispetto alle condotte che intende contrastare e su come esso si inserisca nel più ampio contesto delle politiche relative alla violenza di genere attuate dal governo attualmente in carica.

Che cosa si intende per femminicidio? Il femminicidio è definito dalle Nazioni Unite come l’uccisione intenzionale di una donna o di una ragazza per motivi legati al genere. A differenza dell’omicidio, il femminicidio è radicato in dinamiche di potere ineguali, stereotipi di genere e norme sociali dannose. Rappresenta la forma più estrema della violenza di genere, che si manifesta in un continuum di forme di violenza interconnesse come la violenza nelle relazioni intime, le molestie sessuali, la violenza sessuale, la tratta di esseri umani.