“Nel mio lavoro rifletto sul ruolo degli strumenti e della tecnologia nella storia della coscienza umana, della percezione che abbiamo di noi stessi”, dice il coreografo australiano Antony Hamilton, direttore artistico della compagnia Chunky Move. Alla Biennale Danza di Venezia ha presentato U>N>I>T>E>D, nata dalla collaborazione con i musicisti indonesiani Gabber Modus Operandi, il marchio streetwear balinese Future Loundry, e l’australiana Creature Technology Co., leader nella progettazione animatronica. In scena, sei danzatori danno vita a un universo ibrido che mescola estetica fantascientifica, elettronica tribale e corpi umani aumentati con strutture rimovibili in acciaio e plastica. Esoscheletri, diremmo, anche se tutto il movimento è affidato ai danzatori: “In realtà non so cosa siano. Sono strumenti che suggeriscono estensioni del corpo, possibilità di ampliamento infinite, come le sonde nello spazio che cercano di toccare qualcosa di irraggiungibile”.
Chunky Move, alla Biennale va in scena la danza con gli esoscheletri
U>N>I>T>E>D indaga il rapporto tra uomo e tecnologia, ma ne sottolinea un aspetto poco considerato, quello spirituale…
“Ogni strumento che creiamo è una prova della nostra esistenza, un’estensione della nostra consapevolezza: perciò quello che ci lega alla tecnologia è un rapporto profondo e se vogliamo perfino mistico”.







