Contrariamente a quanto si creda il legame fra arte e tecnologia ha sempre avuto delle corrispondenze consolidate che risalgono alle radici umanistiche del digitale già riconducibili ad una prima forma del linguaggio computazionale in Platone e Aristotele. Da un punto di vista più filosofico la “risonanza” fra il Creato, l’uomo e le nuove frontiere scientifico-tecnologiche sono sottolineate addirittura in un celebre Coro dell’Antigone (335-375) di Sofocle in cui tale rapporto è posto al centro di una riflessione i cui temi sono allo stesso tempo di carattere etico e filosofico, senza tralasciare il ramo della robotica la cui genealogia si trova nei primi esempi di macchine semoventi nel trattato “Sulla Fabbricazione degli automi” di Erone di Alessandria (1° sec. d.C. circa) ben prima di arrivare agli inizi degli anni ’50 quando Alan Turing teorizzò di macchine “intelligenti”.

Per molto tempo i creativi impegnati nei vari ambiti culturali hanno saputo immaginare, anticipando su presupposti euristici, alcune tematiche in ambito scientifico che avrebbero inseguito coloro che si occupano di tecnologia a vari livelli, scienziati, studiosi, ricercatori.

La mostra

Electric Dreams, la grande mostra allestita alla Tate Modern (fino al 1° giugno 2025) racconta l’avventura pionieristica di quegli artisti che, tra il 1950 e gli anni ‘90, hanno esplorato le potenzialità creative dei nuovi strumenti elettronici, ben prima dell’arrivo di Internet.