C’era ben altro dietro la maschera del disturbo alimentare che Thiago Elar mostrava con ostinazione al pubblico mediatico. Nella richiesta estrema di affetto e vicinanza umana lanciata attraverso i social, si nascondeva un grido profondo, deturpato dalla forma e dal mezzo, che ha tradito il senso autentico del suo bisogno rendendolo un oggetto mediatico, travalicando dunque le intenzioni del ragazzo che aveva affidato alla rete il suo disagio. Il malessere interiore di questo ragazzo lo mostrava per quello che era: un soggetto intento a cercare qualcuno che gli restituisse forma, contorno, esistenza. Una ricerca d’amore, là fuori.

Qualcosa che travalica le cure mediche di cui usufruiva egregiamente. Noi clinici lo sappiamo bene: “Sto guarendo dall’anoressia dottore. Ormai ne sono fuori. Ma oltre queste mura non ho qualcuno che mi ami” è la frase emblematica che chi fa il nostro lavoro spesso si sente rivolgere.

Thiago chiamava ad adunata diverse figure significative della sua vita, raccontando la sua storia: non per spettacolarizzare il dolore, ma per fermare una caduta nel vuoto.

Ho visto alcuni dei suoi video. La mente è corsa, senza volerlo, all’ultima foto di Aldo Moro prigioniero. In quell’immagine lo statista non guarda chi gli sta scattando il fotogramma. Guarda in camera, verso un altro astratto, impersonale. Che, da lui invocato, non ha occupato il posto di tenuta e garanzia. Sia Thiago che Aldo Moro ci consegnano lo sguardo enigmatico di chi sa che sta precipitando.