È TikTok, oggi, il luogo dove i giovanissimi elaborano il dolore. Non con i post curati, non con i video virali da ricondividere, ma con una grammatica tutta loro, intima e collettiva allo stesso tempo. Profili chiusi. Niente clip “da hype”. Solo reel che scorrono uno dopo l’altro come pagine di un diario condiviso.

Dentro ci sono screenshot di chat WhatsApp: l’amica che scrive «Sofi… è vero?»; qualcun altro che manda un link, una notizia, una frase che nessuno vorrebbe mai ricevere. E poi i volti. Sempre gli stessi. Quelli di Sofia Prosperi, quindici anni, sorriso pieno, pose normali, filtri leggeri, momenti qualsiasi. Proprio per questo devastanti. Per ore, però, non c’è alcuna conferma ufficiale. Le autorità svizzere parlano di vittime non ancora ufficialmente identificate. I nomi non vengono diffusi, le informazioni arrivano a frammenti. È un’attesa sospesa, carica di paura, in cui il tempo sembra fermarsi. TikTok intanto diventa l’unico canale possibile. Perché è lì che i ragazzi parlano davvero. È lì che il lutto prende forma, reel dopo reel, senza strategia e senza pubblico “esterno”. Non c’è spettacolarizzazione, ma un’esigenza di condivisione emotiva e viscerale.

Sofia nata a Roma ma viveva a Castel San Pietro, nel Canton Ticino. Aveva 15 anni. Frequentava una scuola internazionale nella zona di Como, come raccontano persone a lei vicine. La notte di Capodanno era partita con un gruppo di amici verso Crans-Montana, per festeggiare la fine dell'anno. Un Capodanno oltre confine, come accade spesso tra i giovani del Canton Ticino e della Lombardia, abituati a muoversi tra Svizzera e Italia per le feste.