Con le rivoluzioni verde e digitale da un lato, e le crescenti tensioni internazionali a livello geopolitico e geoeconomico dall’altro, l’Europa si trova oggi in un momento delicato e definitorio per il proprio futuro industriale. Due sono i possibili approcci per guidare questa fase.Il primo è quello che guarda allo specchietto retrovisore, cercando di prolungare lo status quo, difendendo comparti industriali che avevano senso nel mondo di ieri, ma che rischiano di diventare sempre più marginali nel mondo di domani. Il secondo, invece, è quello che guarda dritto attraverso il parabrezza, riconoscendo l’urgenza della trasformazione e scegliendo di guidarla, con coraggio, verso un futuro sostenibile, competitivo e socialmente giusto.
La rapidità con cui si stanno evolvendo le tecnologie – dalla transizione verde al rapido sviluppo della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale – non lascia margini per l’ambiguità. Lo ha detto in questi mesi molto chiaramente e a piu’ riprese anche Mario Draghi: la mancanza di un cambiamento radicale nelle politiche europee e nazionali per la competitivita’ significa prolungare la lenta agonia dell’economia europea. Ad un costo sociale altissimo, che può e deve essere evitato con una politica industriale lungimirante, capace di accompagnare la trasformazione, anziché posticiparla con dannosi interventi di breve periodo come le sovvenzioni a pioggia.






