Assemblare i vecchi smartphone, quelli ormai in disuso, per trasformarli in micro data center in grado di svolgere piccole ma importanti operazioni di rilevazione dati contribuendo al contempo a “rigenerare” dispositivi obsoleti, ad abbattere la quantità crescente di rifiuti elettronici e favorendo, dunque, la sostenibilità ambientale. È un progetto che si può definire win win quello portato avanti da un gruppo di ricercatori dell'Istituto di Informatica dell'Università di Tartu, in Estonia, che ha già sortito un prototipo e una prima sperimentazione.Tenendo conto che ogni anno vengono prodotti oltre 1 miliardo di smartphone, che gli utenti tendono a sostituire i dispositivi ogni 2-3 anni e che nella migliore delle ipotesi i device non più in funzione vengono riciclati (anche grazie alle campagne di operatori e rivenditori che scontano l’acquisto del nuovo telefonino in cambio di un vecchio cellulare) ma nella peggiore – e purtroppo più diffusa - vengono gettati via finendo in discarica, iniziative che puntano al riuso in chiave di economia circolare stanno diventando sempre più importanti e sortiscono un’attenzione, senza precedenti. Da non dimenticare che dal 20 giugno in Europa è entrato in vigore il regolamento EcoDesign che obbliga i produttori di smartphone ad allungare la vita ai dispositivi.“L'innovazione spesso non inizia con qualcosa di nuovo, ma con un nuovo modo di pensare al vecchio, reimmaginandone il ruolo nel plasmare il futuro", evidenzia Huber Flores, Professore Associato di Pervasive Computing all’ateneo estone, che con i colleghi Ulrich Norbisrath e Zhigang Yin ha firmato il progetto dei micro data center con tanto di studio pubblicato dall’Ieee, l’Istituto mondiale di Ingegneria elettrica ed elettronica.E sui micro data center (nella categoria rientrano le soluzioni portatili, trasportabili e pronte all’uso) sono puntati forte i riflettori del mercato: secondo stime di Markets&Markets il giro d’affari arriverà alla soglia dei 10 miliardi di dollari nel 2029 - dai 5,2 miliardi registrati nel 2024 - con un tasso di crescita annuo di oltre il 13%. E in Italia si è aperto il dibattito sulla necessità di puntare sui piccoli data center, quelli della generazione edge.Come si costruiscono i micro data centerIn dettaglio, il progetto dell’ateneo estone consiste nell’assemblare i vecchi smartphone – fra i 3 e i 4 – condividendone la “potenza” di calcolo per creare micro data center al costo di meno di 10 euro per hub. Per costruire il mini hub vengono rimosse le batterie di ciascun telefono e sostituite con fonti di alimentazione esterne per ridurre il rischio di dispersione di sostanze chimiche nell'ambiente. I telefoni vengono poi collegati tra loro, dotati di custodie e supporti e trasformati in un prototipo funzionante pronto per essere utilizzato.Numerosi gli utilizzi possibili: i micro data center possono per esempio essere installati alle fermate degli autobus per raccogliere dati in tempo reale sui passeggeri in attesa per consentire alle amministrazioni di pianificare al meglio la mobilità andando ad agire nelle “tappe” più affollate dei percorsi di trasporto. O, ancora, possono eseguire algoritmi di riconoscimento delle immagini, ospitare siti web o elaborare dati aziendali.Il primo test al largo dell’arcipelago di MadeiraIl primo test ha riguardato l’uso subacqueo: il micro data center, creato con l’assemblaggio di 4 vecchi Google Nexus il cui sistema operativo è stato sostituito con uno open source basato su Linux. L'intera configurazione, secondo quanto riferiscono i ricercatori, è costata circa 8 euro.Il data center in miniatura è stato immerso per 8 ore a 25 metri di profondità nelle acque al largo dell’isola portoghese di Maderia per il monitoraggio della vita sottomarina e anche per individuare le specie presenti nell’area. E tutte le attività, compresa l’analisi dei dati che invece tipicamente viene effettuata a terra, sono state condotte in tempo reale grazie a un collegamento da remoto. Secondo i ricercatori è possibile usare smartphone vecchi anche di 15 anni perché sono dotati di Cpu sufficientemente potenti e memoria veloce, che consentono di superare ad esempio le prestazioni dei più comuni dispositivi IoT se progettati per funzionare in sinergia.