L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha multato Google per 80mila euro per non aver versato i compensi dovuti agli artisti sui ricavi generati in Italia da YouTube Premium. La sanzione segue una segnalazione dell’aprile 2024 del Nuovo Imaie — l’ente italiano che gestisce i diritti connessi, ossia i compensi spettanti a chi interpreta o esegue un’opera protetta — per presunta violazione degli articoli 22 e 23 del decreto legislativo 35 del 2017. Secondo l’Agcom, Google non ha mai comunicato i dati sui ricavi di YouTube Premium, il servizio da 12 euro al mese che consente di guardare video senza pubblicità, rendendo impossibile stabilire le somme dovute agli artisti per le visualizzazioni in Italia di contenuti che includono le loro esibizioni. “Una decisione di portata storica” e “la prima al mondo sui diritti connessi degli artisti”, ha dichiarato Andrea Miccichè, presidente del Nuovo Imaie.Il sistema dei diritti connessi e gli obblighi violati da GoogleLa multa a Google riguarda i cosiddetti diritti connessi, ossia i compensi dovuti agli artisti interpreti ed esecutori quando le loro prestazioni sono utilizzate commercialmente sulle piattaforme digitali. Questi diritti si differenziano dai diritti d’autore, che tutelano compositori e parolieri, ovvero chi crea musica e testi, e sono storicamente gestiti in Italia dalla Siae. I diritti connessi, invece, riguardano cantanti, musicisti, attori e doppiatori che interpretano opere musicali e audiovisive. La legge italiana del 1941, aggiornata nel 2017 con il decreto legislativo 35 che recepisce la direttiva europea 26 del 2014, stabilisce che questi compensi sono obbligatori.In pratica, quando una piattaforma digitale come YouTube Premium genera ricavi attraverso la riproduzione di contenuti che includono le esibizioni di questi artisti, è tenuta a riconoscere e versare una quota di tali guadagni agli interpreti ed esecutori. Per farlo, deve fornire agli organismi di gestione collettiva, come il Nuovo Imaie, dati precisi sulle visualizzazioni e sui ricavi generati in Italia, affinché possano calcolare e distribuire i compensi agli artisti secondo le tariffe di legge. Google, tuttavia, non ha rispettato questo obbligo, omettendo di comunicare le informazioni necessarie, il che ha portato all’inadempienza e alla conseguente multa da parte dell’Agcom. “Abbiamo sempre mantenuto un dialogo aperto con le società di gestione collettiva, offrendo un supporto costante a tutti gli attori coinvolti nell’ecosistema creativo italiano. Tuttavia, abbiamo delle perplessità riguardo all’interpretazione e all’applicazione delle normative da parte dell’Autorità di regolamentazione. Esamineremo il provvedimento e agiremo di conseguenza, continuando a supportare l’ecosistema creativo italiano”, ha fatto sapere un portavoce di Google.Per Massimiliano Capitanio, commissario Agcom, "il provvedimento rappresenta un precedente significativo nella regolazione dei rapporti tra piattaforme digitali e organismi di gestione collettiva, in questo caso Nuovo Imaie. L’intervento si fonda sull’attuazione delle disposizioni che disciplinano lo scambio di informazioni e le negoziazioni tra "utilizzatori" e collecting ai sensi degli articoli 22 e 23 del D.lgs. 35/2017. La trasparenza nello scambio informativo non è un elemento accessorio, ma la precondizione per un confronto equo e per la negoziazione in buona fede. In questo caso, l’Autorità ha accertato che Google ha omesso di fornire le informazioni necessarie per consentire a Nuovo Imaie di valutare adeguatamente le condizioni di utilizzo delle opere e di negoziare un accordo in maniera informata ed equilibrata. L’Autorità ha ritenuto tale condotta una violazione grave degli obblighi informativi, sottolineando come il comportamento della big tech abbia ostacolato il corretto svolgimento del procedimento negoziale".E aggiunge: "La delibera fissa, inoltre, un principio di rilievo sistemico: è stato chiarito che Google rientra nella nozione di "utilizzatore" ai sensi della Direttiva Barnier. Si afferma così che anche i grandi operatori internazionali sono tenuti a rispettare gli obblighi di trasparenza e cooperazione nei confronti degli organismi di gestione collettiva. Questa decisione, accanto a quelle relative all’equo compenso per lo sfruttamento di pubblicazioni di carattere giornalistico recentemente adottate, riafferma la necessità di un quadro regolatorio sempre aggiornato e fondato sull’equilibrio tra innovazione tecnologica e tutela dei diritti. Si conferma ancora una volta il ruolo dell’Autorità come garante di un ecosistema digitale equo, trasparente e rispettoso della creatività".Le implicazioni per il mercato digitaleLa multa di Agcom chiude una storia iniziata nel 2015, quando Google e il Nuovo Imaie hanno cominciato a discutere di compensi per gli artisti. Per anni le trattative sono andate avanti senza risultati, con Google che cambiava continuamente versione sui propri obblighi. Prima l'azienda sosteneva di non essere un "utilizzatore" secondo la legge europea, paragonandosi a un semplice fornitore di servizi tecnici. Agcom ha bocciato questa difesa ricordando che Google aveva già firmato accordi simili con altre organizzazioni di artisti. Poi Google ha provato a cambiare le carte in tavola sulle proposte economiche: nel 2020 aveva offerto una somma fissa per compensare tutti gli utilizzi passati delle opere, ma nelle sue difese successive ha sostenuto che quei soldi non erano per gli utilizzi passati ma solo per "facilitare l'accordo futuro". L'Autorità ha ricostruito gli scambi di email e ha dimostrato le contraddizioni dell'azienda.L'Autorità ha chiarito un principio importante: l'obbligo di trasparenza vale già durante le trattative, non solo dopo aver firmato un contratto. Questo significa che quando un'azienda discute con un'organizzazione di artisti, deve mettere sul tavolo i dati reali sui propri guadagni, soprattutto se propone accordi basati su somme fisse. La sanzione di 80mila euro, pur modesta rispetto ai 300 miliardi di fatturato del gruppo Alphabet, rappresenta un precedente giuridico che potrebbe essere replicato in altri paesi europei.La multa a Google, infatti, potrebbe aprire la strada a richieste simili verso altre grandi piattaforme digitali. Spotify, Netflix, Amazon Prime Video e tutte le altre che monetizzano contenuti interpretati da artisti potrebbero trovarsi di fronte alle stesse pretese di trasparenza da parte delle organizzazioni di categoria. L'Autorità ha inoltre stabilito che le piattaforme non possono scaricare la responsabilità sui propri utenti: anche quando sono gli utenti a caricare i video, la piattaforma rimane responsabile di identificare correttamente i contenuti e calcolare i compensi dovuti. Per gli artisti italiani rappresentati dal Nuovo imaie questo potrebbe significare finalmente incassare "compensi sino ad ora non riconosciuti", come ha sottolineato il presidente Miccichè, aprendo una nuova fase nei rapporti tra creativi e giganti della tecnologia in tutta Europa.[articolo aggiornato alle ore 18 del 18 luglio 2025 con la posizione di Google]