Le aule con gli affreschi dipinti dagli studenti. Il corridoio dove il bidello-imbianchino spiegava a un tredicenne indomabile come si calcolano i metri quadri di parete da pitturare. La palestra all’aperto, le righe tracciate a mano sul cortile per correre i 60 metri. E poi i computer Macintosh portati personalmente dal preside, che cablava la scuola con le sue mani, stanza per stanza. La scuola media Pavoni, zona Maciachini, non era solo un edificio: era un piccolo mondo. Oggi è un terreno incolto circondato da reti con il cartello «qui sorgerà» che cade a pezzi. Sono passati dieci anni dalla chiusura, quattro dall’abbattimento. Ma quel mondo – con le sue voci, i suoi professori appassionati, gli studenti scapestrati poi «aggiustati« con dolcezza – continua a vivere nella memoria di chi lo ha vissuto. Sono quasi 900, raccolti in una pagina sui social (Scuola Media Pavoni, Milano - Ex Allievi): ex docenti, allievi, genitori. E chiedono una cosa sola, da anni: «Ricostruite la Pavoni».