Caro Aldo,

dobbiamo davvero fare un caso del respingimento in Libia della delegazione europea (... e non solo italiana come l’opposizione gongola quasi a voler far credere)? La Libia è un tale ginepraio di milizie da far rimpiangere non uno come Gheddafi ma Italo Balbo! Checché se ne pensi! Di Balbo, intendo, quando della nostra «quarta sponda» era lungimirante ed emarginato (da Mussolini) governatore.

Mario Taliani

Caro Mario,

Temo che Italo Balbo c’entri poco. Sento in giro semmai una grande nostalgia di Gheddafi. Ma davvero abbiamo nostalgia di un satrapo, la cui popolarità si misurò quando il suo regime cadde e lui fece la fine che fece? L’alternativa non era puntellare il regime di Gheddafi. L’alternativa era costruire un Paese democratico. Dobbiamo riconoscere che le primavere arabe sono completamente fallite, che in nessuno di quei Paesi è sorta una vera e propria democrazia. Neanche nel Paese più avanzato, la Tunisia. La Libia è un Paese inventato dagli italiani. Prima non esisteva una nazione; esistevano due province dell’impero turco, la Tripolitania e la Cirenaica. Libia è il nome greco dell’Africa, che nel nostro immaginario da studi classici trasferimmo alle terre che strappammo agli ottomani nel 1911. Già avevamo chiamato i nostri piccoli possedimenti in Africa orientale Eritrea, che in greco significa Rosso, come il mare su cui si affaccia. Il problema è che in Libia sono tornate logiche coloniali. Da una parte le potenze occidentali, a cominciare dal Regno Unito, dalla Francia, dalla Turchia, dall’altra la Russia si sono divise il bottino. Quello che è accaduto al ministro dell’Interno è molto grave. Matteo Piantedosi è uno dei punti fermi del governo Meloni, sta lavorando bene per contrastare l’immigrazione clandestina dal Nord Africa, ha cercato di coinvolgere l’Unione europea, che però ha le sue regole: i suoi rappresentanti non possono farsi fotografare con capi di un governo che l’Unione europea non riconosce, pedina nelle mani delle ambizioni di Putin nel Mediterraneo. Da qui l’incidente diplomatico dell’altro giorno; mentre si riaffaccia sulla scena il caso Almasri. Il fatto che anche la Somalia come Stato non esista più, e che la frontiera tra Etiopia ed Eritrea sia di fatto impraticabile, non ci consola: là dove c’erano gli italiani, c’è il caos. Sono terre estremamente affascinanti, ricche di cultura e di storia, di cui ci siamo di fatto disinteressati (eccezion fatta per la nostra diplomazia, che resta una delle eccellenze nazionali), mentre occorrerebbe accendere un faro sia per capire le nostre responsabilità, sia per aiutare quei popoli con cui abbiamo un debito storico a costruire condizioni di vita libere, dignitose, democratiche.