di
Paola Di Caro
E c’è chi contesta «i laziali» perché gli uomini più vicini ad Antonio Tajani sono di provenienza regionale e hanno potere reale. Ma non sarà rivoluzione
C’è chi a mezza bocca la chiama «la banda dei laziali», e il tifo non c’entra. Ma è un fatto che in Forza Italia gli uomini più vicini ad Antonio Tajani sono effettivamente di provenienza regionale, e hanno potere reale: in Parlamento, sul territorio, nelle istituzioni. Sono lo stesso segretario, Barelli, Gasparri, Fazzone, Battistoni, Battilocchio. Più, se si vuole, il portavoce Nevi, di Terni ma non lontanissimo dalla capitale. Magari non pensava esattamente a una questione territoriale Pier Silvio Berlusconi quando ha lanciato il suo grido: «Ricambio, facce nuove nel partito», che peraltro da Arcore, di generazione in generazione, si ripete a scadenza regolare. E lo dice pure lo stesso Tajani, che sull’allargamento del partito ha giocato tante sue carte, portando gli iscritti a 150 mila, il movimento giovanile in crescita, e mantenendo le percentuali di Forza Italia onorevoli.
Ma insomma, il gruppo dei fedelissimi in effetti quello è, e che a Pier Silvio non piaccia vedere in tv e nei tg volti che gli appaiono usurati come quelli dei capigruppo Barelli e Gasparri è fatto noto a tutti. Non significa che si preveda una rivoluzione. Magari, dicono i bene informati, qualche aggiunta al gruppo dirigente pian piano arriverà, ma niente di clamoroso. Anche perché, come ha rivelato Tajani ai suoi, lui ci prova in tutti i modi, ma «si fa il pane con la farina che si ha». E di stelle emergenti non se ne vedono granché in giro.






